Cosa significa questo ennesimo acronimo informatico?
Dev = Developer (Sviluppatore, programmatore)
Ops = Operation (Tecnico sistemista)

Nell’IT tradizionale queste due figure lavorano in quello che si definisce modello a “silos”: gli sviluppatori da una parte producono codice e, dall’altra i sistemisti si occupano di rendere disponibili ai fruitori finali gli applicativi.
Oggi i livelli di complessità raggiunti dalle tecnologie “impongono” che queste due figure cooperino strettamente.

 

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I vantaggi dell’approccio DevOps sono tanti, ma i più significativi sono:

  • Abbattere del 20% il rilascio applicativo
  • Ridurre del 30% gli errori
  • Ridurre del 30% la risoluzione dei bug

Ovviamente come, e forse più ancora che nella metodologia Agile, per portare “in casa” DevOps è necessario prima di tutto impostare un cambiamento culturale.
L’introduzione in azienda di DevOps inizia dalla formazione della parte manageriale e dalla definizione di nuovi processi sia a livello strategico, che a livello pratico.

L’approccio della metodologia DevOps, oltre che sui dettami dello sviluppo “Agile”, si basa sull’individuazione di strumenti e processi che facilitino il passaggio dal mondo dello sviluppo, per definizione progressista e sperimentatore, a quello dei sistemi sicuramente più conservatore e istituzionalizzato.
Un approccio molto utile per procedere sulla strada del Continuous Delivery è sicuramente la produzione di container.
Ma cosa sono i container?
Un container è sostanzialmente una virtualizzazione a più alto livello rispetto al sistema operativo. Di fatto con i software per realizzare container (in Max Mile usiamo Docker), sfruttando il kernel del sistema operativo si riesce a condividere in maniera più efficiente le risorse a nostra disposizione. Non solo, una virtualizzazione di questo tipo rende di fatto indipendente il sistema operativo dai framework di sviluppo, dalle librerie software e da tutto quel set di strumenti che tipicamente gli sviluppatori installano “allegramente” sulle proprie macchine e poi chiedono ai sistemisti per la messa in produzione. In questo modo i sistemisti potranno presidiare la loro area “core” senza preoccuparsi (più di tanto) delle interazioni potenzialmente “destabilizzanti” generate dall’installazione di nuovo software e gli sviluppatori non saranno costretti a voli pindarici per far funzionare quello che hanno programmato con ciò che hanno a disposizione sul server di produzione.

La produzione di container aiuta quindi lo sviluppatore a trasportare il proprio codice dalla propria postazione “Public Cloud” riducendo in maniera sostanziale il “Time to Market”.

Il concetto di fondo verso cui ci porta la metodologia DevOps è quello di creare una vera e propria “Digital Factory”. Abbattere le barriere che sono sempre esistite tra chi sviluppa e chi manutiene i sistemi è una rivoluzione epocale.
Ponendo alla base dello sviluppo l’approccio TDD (Test Driven Develop) si potrà fruttare al meglio le indicazioni della metodologia “Agile” parzializzando sempre più i rilasci e trasformando la produzione di un nuovo software in qualcosa di molto simile ad una costruzione “Lego”. Ogni mattoncino andrà al suo posto senza incontrare ostacoli e garantendo di essere prodotto nel più breve tempo possibile.
Software più longevi, adattivi e facili da amministrare; questo è il futuro di tutti coloro che decideranno di scommettere su questo nuovo approccio.
Ricordiamo però che le grandi innovazioni sono “supportate” dalla tecnologia ma sono “fatte” prima di tutto dalle persone!

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